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Un Gioco Da Assassini (Cronache Riservate Libro 1)

Un Gioco Da Assassini (Cronache Riservate Libro 1)

Traduzione di Cinzia Rizzotto

Un thriller di spionaggio sulla Guerra Fredda, tra assassini, doppi agenti e inganni mortali

È il 1964 e la preziosa rete di doppi agenti dell’Intelligence britannica è sotto attacco. Da Beirut fino a oltre la Cortina di Ferro, una squadra sconosciuta di assassini sta eliminando gli agenti uno dopo l’altro.

Jack “Gorilla” Grant viene incaricato di proteggere la rete e dare la caccia ai killer. Duro, inflessibile e letale nel combattimento ravvicinato, non ha nulla in comune con le raffinate spie che lo circondano. Ma entrando in un mondo di tradimenti e doppi giochi, Jack scopre che nulla è come sembra e che persino la spia perfetta può morire in un labirinto di specchi.

Entra nel cupo mondo dello spionaggio durante la Guerra Fredda con Un Gioco Da Assassini.

Estratto dal libro

Lussemburgo – novembre 1964

Il reclutamento del primo sicario europeo, che poi sarebbe diventato il responsabile delle operazioni sul campo, ebbe luogo in una glaciale serata in Lussemburgo, in una villetta privata chiamata “St. Hubert” nella graziosa cittadina di Clervaux. Era una casa da fiaba in un borgo da fiaba.

L’“Uomo dal Lussemburgo”, com’era conosciuto colloquialmente il sicario, catalano di nascita, nell’ambiente mercenario internazionale, fu salutato sulla soglia della villetta da Max Dobos, il factotum ungaro-americano, persona di contatto ed emissario. L’ungherese era lì anche per assicurarsi che il Catalano e l’Americano non venissero disturbati e che il loro incontro rimanesse sub rosa.

«Ti sta aspettando. È in città dall’ora di pranzo. Devo perquisirti, è la prassi» disse Dobos.

Un controllo e una perquisizione, non male, ma per nulla ai livelli degli standard del Catalano. Poi questi si spogliò del cappotto e ascese a passo veloce una scala tortuosa che conduceva ad un pianerottolo al primo piano e ad una pesante porta di legno, chiusa. Un colpetto alla porta e dall’interno risuonò un sommesso “Avanti!”.

La porta si aprì su di una stanza scarsamente adornata, con un tavolo di quercia, vari divani dall’aspetto comodo e, in mezzo, due poltrone da lettura tappezzare in cuoio, l’una di fronte all’altra. Le ampie finestre erano dotate di tendine per evitare qualsiasi sorveglianza dall’esterno, ma il Catalano sapeva comunque che la vista della valle là fuori sarebbe stata mozzafiato.

«Permettimi di presentarti Herr Knight» disse Max Dobos al Catalano, presiedendo la formale stretta di mano. Parlavano in inglese, la lingua franca che li accomunava, e una volta concluse le formalità l’americano si mostrò desideroso di occuparsi della situazione.

«Max, se vuoi fare il favore di lasciarci da soli e assicurarti che non ci disturbi nessuno… Grazie.»

L’ungherese di mezz’età assentì bruscamente e se ne andò in fretta. Uno scatto della porta e il suono distante di Dobos che zampettava giù per le scale garantirono che i due erano rimasti da soli. Col terzo incomodo via dai dintorni, l’Americano e il Catalano si valutarono l’un l’altro come solo sanno fare gli uomini con una certa esperienza e fiducia in se stessi: con rispetto professionale e un po’ di diffidenza.

L’Americano era noto solo come “signor Knight”, senza nome, e come in tutti gli aspetti del suo mestiere aveva fatto il suo dovere alla perfezione, progettando tutto fin nei minimi dettagli. In tutto era un uomo “medio”: di media statura, di mezz’età, capelli sale e pepe, completo elegante di livello medio. Trasudava ordinarietà, tranne che dagli occhi. I suoi occhi avevano una freddezza dura che poteva, all’occasione, passare da un luccichio glaciale a una rabbia ardente. Erano gli occhi di un fanatico.

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