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Figlia della Guerra

Figlia della Guerra

Traduzione di M.T. Levante

Dalle conseguenze della guerra a una vita riconquistata

Il memoir profondamente personale di Ewa Reid-Hammer esplora le ferite invisibili del trauma infantile e il lungo cammino verso la guarigione. Cresciuta all’ombra della guerra, ha portato con sé nell’età adulta paura, depressione, rabbia e un’identità frammentata, non solo per ciò che accadde durante il conflitto, ma anche per il dolore mai risolto ereditato da chi le stava accanto.

Attraversando l’incubo, l’oscurità, il risveglio e la rinascita, la sua storia mostra come il trauma possa plasmare silenziosamente una vita dall’interno. Invita inoltre a riflettere su come sia possibile ricordare e onorare il passato senza permettere che divori il presente.

Sincera, intensa e infine piena di speranza, questa è la storia di una figlia della guerra che ha trovato un nuovo significato, una nuova identità e un percorso dalla sofferenza verso la vita.

Scopri un potente viaggio dal trauma e dalla sopravvivenza alla comprensione, alla guarigione e alla speranza.

Estratto dal libro

Le persone hanno alcune necessità essenziali per lo sviluppo di basi psicologiche solide e stabili. La perdita di elementi come l’amore, la pace, la sicurezza, o la propria casa è causa di trauma. Il trauma lascia segni visibili.

Nel mio caso, la perdita è stata totale.

Nell’autunno del 1939, la Germania invase la Polonia. Io sono nata tre anni dopo, nella Varsavia occupata dai nazisti. I miei genitori e il resto della mia famiglia all’epoca dimoravano in un grande palazzo che apparteneva ai miei nonni e si trovava nel cuore della capitale. Prima della guerra i miei nonni lo avevano usato come pied-à-terre dove alloggiavano quando avevano affari da sbrigare in città, o per gli eventi sociali della stagione invernale. Il resto del tempo risiedevano nella loro tenuta di quattromila acri che si trovava a circa sessanta miglia dalla città. Un viaggio piuttosto lungo, prima della guerra, ai tempi delle carrozze trainate dai cavalli. Nella tenuta si trovava la piantagione di barbabietole da zucchero di mio nonno e lo stabilimento di produzione dello zucchero, un piccolo maniero di ventotto stanze e un lago circondato da quattrocento acri di boschi e di parchi. Lì mia nonna vigilava sul personale, sulla famiglia e sui bambini. E fu lì che crebbe mio padre, insieme a un fratello minore e tre sorelle.

Al tempo della mia nascita, il mondo della loro infanzia era stato conquistato dall’invasore e la famiglia si era stabilita a Varsavia. Mio nonno aveva dovuto dire addio al potere e al controllo che aveva esercitato prima della guerra in quanto ricco proprietario terriero e industriale. Lo stile di vita libero e facile di cui avevano goduto lui e la famiglia si era estinto. La totalità loro[CB1.1] esistenza ormai era circoscritta dal coprifuoco notturno e minacciata da rastrellamenti casuali, arresti ed esecuzioni. I tedeschi costrinsero mio nonno a continuare a gestire la produzione di zucchero del suo stabilimento e spedire tutto il prodotto via treno all’esercito nazista. Non sapevano che stava dando il suo contributo alla resistenza mettendo da parte per loro un sacco su quattro. Lo zucchero era un bene scarso e prezioso durante l’occupazione e poteva essere facilmente venduto sul mercato nero, per poi destinare il denaro all’acquisto di armi per l’esercito clandestino. La scoperta di questo atto “sovversivo” avrebbe significato morte immediata per mio nonno e per i suoi collaboratori.

Linee di Confine (I Telepatici Libro 2)

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